I matrimoni non-eterosessuali e i ‘registri’ della coscienza. Verità vs. dignità e libertà.

L’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza ha una storia annosa e variegata che trascolora attraverso le battaglie per l’obiezione al servizio militare, l’aborto, l’eutanasia, la contraccezione, le vaccinazioni e molto altro. In molti di questi casi, il credo religioso risulta chiamato in causa come motivazione alla base dell’obiezione. Questo saggio si concentra in particolare sulle obiezioni di natura religiosa sollevate dai funzionari pubblici incaricati di registrare i matrimoni o le unioni tra persone dello stesso sesso in Italia, Francia e Stati Uniti. L’analisi di questi casi getta luce su un aspetto poco esplorato di tale tipologia di conflitti: la contrapposizione tra visioni unilaterali della verità e della libertà con un esito tendenzialmente coincidente con l’impoverimento dialettico di ciascuna di esse. In effetti, nelle ipotesi qui analizzata e in cui è stata invocata l’obiezione di coscienza, la questione giuridica di fondo si è incentrata principalmente su se/come accogliere/supportare i soggetti – cioè, funzionari pubblici che invocavano la tutela delle proprie convinzioni religiose – la cui libertà religiosa si riteneva potesse essere lesa nell’esercizio delle loro funzioni. Nei casi in cui le obiezioni non sono state accolte, l’argomentazione giudiziale si basa principalmente su motivi riconducibili ora a una sorta di ‘legalità pratica e parametrata su standard formali’ (i dipendenti statali devono obbedire alla legge senza eccezioni), ora a ragioni di ‘dignità’ o ‘identità’ (la dignità o l’espressione identitaria della parte più debole o minoritaria è minacciata). Tuttavia, anche argomentazioni di matrice religiosa si appuntano sulla negazione della dignità e dell’identità personale degli obiettori. Nessuna di queste strategie discorsive e delle connesse petizioni di tutela sembra misurarsi con le implicazioni relazionali di ciò che viene assunto come ‘verità’ e di ciò che viene rivendicato come ‘libertà’. La ‘dignità’, a sua volta, in questi contesti sembra divenire una sorta di jolly, un passe-partout discorsivo strumentalizzato a scopi dialettici, la cui significazione relazionale finisce per divenire evanescente. Sembra invece esservi all’opera, per quanto silenziosamente ma non per questo meno poderosamente, un armamentario etico diretto a definire in anticipo la verità, la libertà e la dignità, con il risultato di invalidarle e negarle tutte e tre nel fuoco della contrapposizione dialettica. Eppure, esistono concezioni relazionali che potrebbero rideterminare i termini della questione al fine di poter ottenere risultati più fruttuosi. Tuttavia, fino a quando non si farà spazio a un approccio maggiormente dinamico e meno polarizzato, sarà difficile trovare soluzioni significative che rispettino i contesti costituzionali democratici deputati a ospitare le istanze di tutela.

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