Il presente contributo esplora le dinamiche del diritto del lavoro e le esperienze soggettive delle persone migranti, in particolare dei giovani musulmani a Córdoba, attraverso la lente della traduzione interculturale. La ricerca si muove sul crinale tra diritto, antropologia e semiotica, decostruendo le retoriche dominanti dell’integrazione e dell’occupabilità, per mostrarne il funzionamento come dispositivi simbolici di selezione e subordinazione. Il diritto, lungi dall’essere un codice neutro, agisce come una tecnologia normativa del corpo, producendo inclusioni condizionate e temporalità gerarchiche, soprattutto nel campo lavorativo. In tale contesto, categorie giuridiche come contratto, riposo, responsabilità e produttività vengono riattraversate dai soggetti migranti attraverso una pluralità di grammatiche culturali che sfuggono alla codifica eurocentrica. L’approccio della traduzione interculturale – intesa non come mero ponte linguistico, ma come dispositivo epistemologico e critico – consente di fare emergere ciò che resta invisibile nel diritto positivo: il modo in cui i soggetti traducono e reinterpretano le norme attraverso i propri sistemi valoriali, cosmologie religiose e memorie genealogiche. Attraverso le storie di vita di giovani lavoratori, la ricerca mostra come elementi religiosi come al-ghayb (l’invisibile) o mas’ūliyya (responsabilità) diventino categorie-ponte per negoziare riconoscimento, dignità e agency, anche nei margini del diritto formale. In questa prospettiva, il lavoro non è solo attività economica, ma spazio di produzione normativa e di costruzione di soggettività. Fare diritto, allora, significa anche dislocare l’ordine simbolico dominante, ripensando le condizioni giuridiche dell’abitare collettivo alla luce di una pluralità di mondi che coesistono nello stesso spazio-tempo.
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