Il saggio analizza in chiave critica il diritto ecclesiastico coloniale italiano, a partire da un recente volume di Andrea Miccichè, e ne evidenzia la natura pragmatica, differenziale e gerarchizzante, funzionale alla gestione del pluralismo religioso nei territori coloniali. Tale diritto non mirava a universalizzare principi, ma a ordinare le differenze religiose secondo logiche di controllo imperiale, trasformando le confessioni riconosciute in strumenti giuridici funzionali al dominio politico. L’autore propone di leggere questa esperienza alla luce del concetto di “Zone giuridico-culturali”, spazi di normatività discontinua che oggi si ritrovano nei cosiddetti empirical empires (USA, Cina, Russia, Turchia). In questo contesto globale, la religione continua a essere terreno di selezione simbolica, inclusione condizionata e differenziazione strumentale. In questo contesto, il diritto interculturale emerge come paradigma critico e dialogico, in grado di valorizzare l’identità personale e di proporre una laicità generativa e non neutralizzante, fedele ai valori democratici e aperta alla complessità del pluralismo contemporaneo.
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