Il presente articolo analizza come la progressiva digitalizzazione dell’esperienza umana abbia inciso in maniera significativa anche sulla dimensione della morte, determinando una profonda trasformazione delle modalità di conservazione della memoria, dei processi di elaborazione del lutto e delle forme di permanenza dell’individuo nello spazio digitale. Profili social, contenuti multimediali e dati personali continuano, infatti, a persistere oltre la scomparsa fisica del soggetto, dando luogo a nuove forme di presenza post mortem e sollevando inedite questioni giuridiche connesse alla gestione dell’identità digitale del defunto. In tale contesto, le piattaforme e le grandi compagnie digitali assumono un ruolo sempre più rilevante nella regolazione della morte digitale, mediante la statuizione di termini di servizio e policy interne concernenti l’accesso e la conservazione dei contenuti del defunto. Parallelamente, l’avvento dell’AI generativa e dei c.d. deathbot introduce ulteriori problematiche concernenti la simulazione artificiale della presenza del defunto e la progressiva trasformazione della memoria in esperienza algoritmica. Muovendo da tali premesse, il presente contributo intende analizzare il fenomeno della “morte digitale” evidenziando come la gestione post mortem dei dati personali non possa essere ricondotta esclusivamente alla dimensione patrimoniale o successoria, ma coinvolga più ampiamente profili culturali, identitari ed etici concernenti la costruzione della memoria nell’ambiente algoritmico.
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