Il carcere è un’istituzione modellata su caratteristiche e bisogni maschili, in cui le donne sono una minoranza, nettamente separata per genere. La prospettiva della differenza femminile permette di cogliere alcuni aspetti delle pratiche di reclusione, come la costruzione della soggettività femminile, incapace più che colpevole, e la sua identificazione con la maternità. L’approccio della differenza femminile aiuta anche a pensare il trattamento penitenziario in modo critico: dalle sue origini storiche come strumento di recupero, morale e penale, delle donne alla sua collocazione al centro dell’Ordinamento penitenziario, il trattamento è strumento ambiguo, tra correzione ed emancipazione. Guardare al trattamento che oggi concretamente accompagna la detenzione delle donne recluse in Toscana ci aiuta a comprendere come i limiti di un approccio al trattamento caratterizzato dall’ambiguità siano ancora presenti nella pratica del penitenziario e come sia necessario decostruire la soggettività femminile stereotipata che lo sottende. Nella prospettiva del femminismo della differenza si suggerisce di riaprire il dibattito su quale giustizia sia adeguata per le donne, e si raccomanda un modello di penalità che, metta al centro i diritti, con soluzioni alternative al carcere, e superi l’ambiguità del trattamento, considerandolo come sviluppo di capacità piuttosto che strumento di correzione.
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