L’intrapresa coloniale italiana è stata caratterizzata, rispetto a quella di altre potenze europee, da una relativa transitorietà e da una tendenziale a-sistematicità giuridica. Tali connotazioni hanno fatto sì che molti operatori giuridici che si trovarono nelle colonie abbiano progressivamente elaborato concezioni piuttosto originali del rapporto tra autorità giuridica e soggettività coloniale. Il presente contributo intende scandagliare una tra queste concezioni, nata dall’esperienza professionale e scientifica di Arnaldo Bertola, che fu giudice coloniale in Libia e a Rodi, professore di diritto coloniale dell’Università di Torino e, dopo la guerra, esperto giuridico a Mogadiscio (Somalia). I tratti che ad uno sguardo retrospettivo rendono significativa la figura di Bertola sono una straordinaria personalità, un’inconsueta ecletticità culturale e una sicura fede nel valore della libertà. Attraverso i suoi scritti e le sue carte personali, si ripercorreranno le sintesi giuridiche ma anche i dubbi dell’uomo, di fronte all’esperienza dello straniero, dell’altrove, del diverso.
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