Oggi il diritto permea e codifica quasi tutto l’agire umano. Dove vi è azione dell’uomo, generalmente vi è un modo di compierla secondo il diritto. Il diritto pretende dunque di essere onnicomprensivo e si ‘spaccia’ per una disciplina onnipresente e quasi onnipotente, che tutti devono conoscere in virtù del principio ‘ignorantia legis non excusat‘.
Questa operazione di ‘retorica sociale’ ha portato i suoi frutti, dato che la gente comune crede che nel diritto possano trovarsi quasi tutte le risposte, risposte che essa pretende a gran voce, reclamando continuamente i propri “diritti” (veri o presunti che siano). Ma il diritto riesce effettivamente a dare tutte le risposte che promette di dare? O rischia di produrre irreparabili danni, quando interviene in campi per i quali non ha gli strumenti adatti per operare? È forse questo il suo lato oscuro? Il fatto che esso, a volte, non risulti altro che un grande bluff, che esso in realtà non ammetta di essere ‘difettivo’ e ‘difettoso’?
Questo scritto propone una ipotesi di lavoro proprio a partire da una concezione apofatica del diritto.
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