Il contributo analizza il persistente divario di genere nelle istituzioni accademiche italiane come fenomeno strutturale, mettendo in discussione la retorica della neutralità che caratterizza norme, procedure e pratiche organizzative universitarie. Muovendo dagli strumenti offerti dalla riflessione giusfilosofica che si è cimentata con le questioni di genere, l’articolo problematizza il principio di eguaglianza nella sua declinazione prevalentemente formale, evidenziandone i limiti nel contrasto alle diseguaglianze di genere. In questa prospettiva, il gender gap accademico viene interpretato come il prodotto di un intreccio tra assetti normativi apparentemente neutrali, modelli organizzativi consolidati e dispositivi simbolici e linguistici che riflettono un paradigma ancora prevalentemente androcentrico del soggetto di diritto. Particolare attenzione è dedicata alla nozione di discriminazione istituzionale, ai cosiddetti biasimpliciti che orientano i processi di valutazione del merito e al ruolo performativo del linguaggio nella costruzione delle gerarchie di potere che abitano le istituzioni accademiche. Sul finire, il contributo tenta di mettere in luce il potenziale trasformativo e, al contempo, i principali limiti di alcuni strumenti di prevenzione e contrasto dei fenomeni discriminatori adottati dalle istituzioni accademiche, primi fra tutti i Gender Equality Plans. In conclusione, si tenta di evidenziare l’urgenza e la necessità di un approccio integrato e critico, capace di incidere sulle strutture normative, organizzative e culturali che riproducono le diseguaglianze, al fine di promuovere un’eguaglianza sostanziale ed effettiva nelle istituzioni accademiche.
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