Il saggio indaga il rapporto fra discriminazioni di genere e istituzioni, assumendo di queste ultime la costitutiva duplicità: per lungo tempo esse, mediante il sistema giuridico, hanno prodotto e legittimato l’esclusione delle donne, prima di divenire, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, vettori di promozione della parità. Entro questa cornice il contributo mette a fuoco una forma di discriminazione ancora poco esplorata in chiave di genere, la discriminazione istituzionale, che si esplica in modo impersonale attraverso norme, regolamenti, procedure e prassi e la cui insidiosità risiede nell’inversione percettiva che essa determina in chi la subisce. Se ne esaminano le manifestazioni, in particolare “intersezionali”, sul terreno dell’accesso ai servizi e se ne prospetta il contrasto sia attraverso un costante esercizio di autoriflessività istituzionale sia mediante un approccio multilivello, capace di tenere insieme la dimensione legislativa, quella formativa, quella simbolica e quella della sperimentazione. Nessun dispositivo normativo, si sostiene in conclusione, può risultare efficace senza un’osmosi fra le istituzioni e le istanze che provengono dalla società civile e dai movimenti di rivendicazione dei diritti.
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