Saper parlare l’idioma del paese di accoglienza non vuol dire comprenderne e condividerne l’essenza. L’asimmetria comunicativa tra le istituzioni e i migranti presenta due nature tra di loro ontologicamente e consequenzialmente interconnesse. La prima di tipo strettamente linguistico. In Italia, leggi e atti amministrativi sono caratterizzati da forme desuete, strutture sintattiche ridondanti e complesse che ne precludono la decodifica sia da parte dei cittadini sia da parte di coloro che non parlano la lingua del paese ospitante e che spesso hanno una scarsa scolarizzazione. Analogo discorso vale per i contratti di lavoro ricchi di termini specifici del settore a cui si riferiscono, rinvii a leggi e normative che presuppongono una conoscenza del sistema legislativo italiano, nonché l’utilizzo costante di un tono impersonale che traccia una linea di separazione netta con il destinatario dell’atto. La seconda natura è di tipo culturale. Nonostante l’apprendimento dell’idioma del paese di accoglienza, sussiste un’influenza degli schemi cognitivi e interpretativi culturalmente marcati dei migranti, quanto delle forme e degli usi pragmalinguistici derivanti dalle proprie lingue native. La sostanza, a parità di forma, risulta del tutto dissimile poiché il modo in cui viene strutturata la proposizione da parte dello straniero sarà conseguenza pragmatica e cognitiva della propria appartenenza culturale. In uno scambio comunicativo tra soggetti autoctoni e stranieri, parlanti la medesima lingua utilizzata come ‘veicolo’, nascono delle incomprensioni riconducibili all’elaborazione linguistico–cognitiva della concettualizzazione degli eventi nelle strutture tipologiche delle rispettive lingue native, successivamente trasferita nelle strutture semantiche, sintattiche e pragmatiche dell’idioma utilizzato nell’interazione. Una sfida di incomprensioni a Babele persa in partenza da chi è marchiato come ‘ospite’ e resta vittima di una latente egemonia culturale.
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