Mentre la politica estera e gli affari internazionali vanno sempre di più dimostrando un crescente e inedito tipo di tensione planetaria, la riflessione giuridica su concetti come guerre “giuste” e “ingiuste” sembra aver raggiunto un più profondo livello di attenzione. L’impressione prevalente è che un sistema accettato di regolazione interstatale sia venuto meno e le giurisdizioni internazionali competenti hanno adesso costanti difficoltà nell’affrontare violazioni quotidiane. Molte di queste problematiche erano ragionevolmente prevedibili perché la mancanza di effettività è sempre stata la componente più debole nella protezione giuridica internazionale delle libertà fondamentali. Lo sforzo teorico di ridurre l’occorrenza delle guerre era una parte tipica dell’aulico tentativo di realizzare un contesto normativo egualmente libero e gli studiosi più coinvolti in tale consapevolezza (tra gli altri, Francisco Suárez, Juan de Mariana, Francisco de Vitoria) hanno significativamente sottolineato l’importanza del bene comune, della concordia e del limite invalicabile di una reazione proporzionale nei conflitti armati. Si trattava di una precisa strategia argomentativa più che di una raccolta dogmatica di principi non scritti e non modificabili. Il rischio principale nel rileggere quei classici probabilmente è quello di assumerne le tesi come se si eseguissero da sé, autonomamente e automaticamente adattabili alle implicazioni odierne. Le dottrine ecclesiastiche qui analizzate piuttosto hanno bisogno di essere ricondotte al periodo in cui sorsero allo scopo di riconoscerne la peculiare matrice culturale e di portarne avanti una consapevole valorizzazione nel discorso internazionale sui diritti umani.
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